Home Arte e storia L’ultima sfida del MANN: restaurare il “Grande Musaico”

L’ultima sfida del MANN: restaurare il “Grande Musaico”

by Giulia Garzia

Dal 4 marzo 2021 parte la campagna di restauro del Mosaico della Battaglia di Isso, capolavoro che rappresenta un simbolo, universalmente noto, dei tesori custoditi dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il restauro sarà realizzato con la supervisione dellIstituto Centrale per il Restauro (ICR); le attività diagnostiche sono promosse in rete con lUniversità del Molise (UNIMOL) ed il Center for Research on Archaeometry and Conservation Science (CRACS).

È stata inaugurata ieri la seconda fase dei lavori di restauro del famosissimo mosaico della Battaglia di Isso conservato al MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Una fase successiva a quella di diagnostica e consolidamento, realizzata in collaborazione con l’università del Molise e il CRACS, centro specializzato in archeometria, grazie al cui apporto sono state realizzate le prime operazioni di analisi e consolidamento del manufatto in vista della velinatura e della fase due che comporterà un rovesciamento dell’opera e quindi la possibilità di indagare e operare anche sulla parte retrostante.

L’operazione sarà improntata al criterio del minimo intervento in partnership continua con NTT DATA, l’azienda che ha messo a disposizione, in via sperimentale, soluzioni digitali che consentono l’utilizzo di nuove tecnologie per il restauro.

Quelli moderni non sono i primi interventi di restauro realizzati: il “Grande Musaico”, fin dal ritrovamento in epoca borbonica nel 1831 a Pompei nella esedra del primo peristilio della Causa del Fauno, diede un gran da fare a studiosi, architetti, accademici e archeologi, che alimentarono un acceso dibattito (durato ben 12 anni) sullo stato di conservazione del “Gran Mosaico Pompeiano” e sulla decisione di mantenerlo a Pompei nella collocazione originaria o staccarlo e trasferirlo nel Real Museo Borbonico. Si crearono addirittura due fazioni, una capeggiata da Antonio Niccolini, architetto toscano dal 1822 a capo del Real istituto di Belle Arti, e l’altra da Pietro Bianchi anch’egli architetto, ma anche archeologo e direttore degli scavi di Pompei, Ercolano e Paestum.

Quindi, da una parte si spingeva per lasciare la grande decorazione musiva nella sua collocazione originaria e dall’altra per procedere al distacco e conservare il mosaico nelle stanze del Real Museo dei Borbone.

Alla fine fu la seconda decisione a prevalere, affrontata non senza difficoltà di intenti e di responsabilità mentre tutta l’Europa osservava; fu quindi istituita “una numerosa Commissione di persone distinte tra gli Scienziati, gli Artisti ed i meccanici più celebri della capitale” che avesse il compito di ideare un progetto per il distacco e la ricollocazione in Museo. Un po’ come oggi, ma con l’onere di un’impresa ancora mai realizzata nel mondo. La decisione del distacco firmata dal re Ferdinando II fu presa nel 1843.

Nel frattempo il mosaico aveva trascorso già più di 12 anni a Pompei, mal conservato, mal restaurato e costantemente risciacquato dai custodi che vi buttavano secchiate d’acqua per rendere vividi i colori, ma nonostante tutto, sembrava che il Grande Musaico fosse ancora tra i pochissimi pavimenti di epoca antica che continuava a conservare la sua superficie piana, oltre a essere interamente composto da pietre dure, quindi senza tessere dipinte o smaltate, particolarità che dava ulteriore pregio al pavimento. Furono molti gli esperimenti di consolidamento prima di arrivare al distacco e date le condizioni non del tutto favorevoli ancora si faceva polemica sulla possibilità di lasciarlo lì dove era stato trovato; a riguardo si disse anche: “la bestia là era nata e là bisognava che morisse”.

 Ma i giochi ormai erano fatti. Fu un’operazione di assoluta avanguardia sotto tutti i punti di vista per il tempo: “Il 16 novembre 1843 finalmente il Gran Mosaico, sotto una pioggia battente, venne collocato su un carro destinato al trasporto delle macchine locomotive della regia strada ferrata proveniente dalla stazione ferroviaria di Maddaloni, tirato da sedici buoi e scortato da soldati armati”. Pensate che le dimensioni della cassa erano maggiori delle porte del Museo!

Niente paragonato alle attuali tecniche di restauro applicate al pavimento musivo, in un cantiere aperto, a partire dai nuovissimi smart glasses, visori intelligenti che riproducono secondo vari livelli sul corpo del mosaico tutte le informazioni tecniche utili per eseguire il restauro da visualizzare in tempo reale con soluzioni di realtà virtuale e aumentata.

Le strumentazioni permetteranno, con una metodologia assimilabile a quella utilizzata in chirurgia: 1) la proiezione in scala 1:1 della parte frontale del mosaico su una apposita superficie, che potrebbe essere una parete o un telo collocato in loco.  La proiezione sarà non soltanto uno strumento di lavoro per i restauratori, ma renderà visibile al pubblico quanto accade nel cantiere; 2) l’associazione alla proiezione di una serie di parametri geofisici desunti dalle indagini: questi parametri potranno essere interrogati dagli operatori in tempo reale, analizzando tutti i dati inerenti al manufatto nel suo complesso (supporto e superficie).

Terminato l’intervento sul supporto, si prevede la rimozione dei bendaggi posti durante la fase iniziale d’intervento ed il completamento del restauro con operazioni di pulitura, ulteriori ed eventuali consolidamenti, trattamento protettivo finale.

Il progetto di restauro, così, diverrà un’occasione per valorizzare, anche nella percezione dei visitatori, non solo il complesso percorso di ricerca, ma anche la metodologia adottata: in questa esperienza, la dimensione progressiva, puntuale ed attenta delle diverse fasi di lavoro, sarà una componente essenziale per sottolineare l’interconnessione di contributi e professionalità, alla base di un evento di rilevanza internazionale.

Per approfondire: La Battaglia di Isso (o il Mosaico di Alessandro) è un mosaico romano del 100 a.C. ca. Il mosaico, realizzato con circa un milione e mezzo di tessere, risulta essere una copia del dipinto eseguito dal pittore greco Filosseno di Eretria. La sua identificazione avvenne grazie a un particolare stilistico nella scena, l’albero secco alle spalle di Alessandro, infatti la battaglia  di Isso (oggi in Turchia) viene ricordata dalle fonti arabe come “la battaglia dell’albero secco”.

 

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