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Danza e virus

by Maria Virginia Marchesano

Molte scuole di danza, quando si potrà riaprire, non riapriranno. 

Sono collassate. 

Non ci sono più i numeri per riaprire. E pure il web pullula di corsi di danza on line, ovunque è possibile acquistare il tappetino danza all’ultimo grido con annessa sbarra per poter effettuare comodamente le tue lezioni da casa. Ovunque è pieno di concorsi di danza on line, corsi per insegnanti di danza on line, stage di danza on line, perfino il teatro ora è on line. Possiamo comperare il link di uno spettacolo e vederlo comodamente da casa. Apparentemente c’è tanta voglia di danza, ma allora perché le scuole chiudono? Perché i ragazzi non torneranno a scuola di danza? Cosa sta succedendo  veramente? 

Stiamo aspettando intrepidi il vaccino, la cura per tornare a danzare e a vivere. Ma da cosa abbiamo esattamente bisogno di curarci? Qual è il virus che non consentirà ai nostri giovani di rientrare nelle sale di danza? Qual è la malattia che già prima di un anno fa lasciava le poltrone dei teatri degli spettacoli di danza vuote? Probabilmente non è il covid 19. 

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha forse solo drammaticamente acutizzato un’emergenza socio culturale che già esisteva ed il covid è semplicemente il colpo di grazia. 

Si tratta di una malattia effettiva ed è una malattia affettiva, si chiama mancanza d’amore. 

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Credevamo di avere gli anticorpi contro tutto questo. Contro l’odio, la paura, l’indifferenza, la diffidenza. Gli errori del passato avrebbero dovuto vaccinarci ed immunizzarci da tutto ciò e renderci irrimediabilmente migliori. Invece assistiamo passivamente al trionfo della viltà e all’isteria della distanza che generando vuoto ha creato sempre più vuoti. 

Perché un ragazzo oggi dovrebbe scegliere di studiare danza? Quanto è utile ancora oggi studiare danza? Cosa c’è di più anacronistico oggi di chiedere ad un ragazzo di consacrare quel luogo sacro e ormai intoccabile del corpo ad una disciplina tanto esigente come la danza?  

Nell’era della cultura del vetro e del plexiglass che va dal vetro della televisione, dei computer e dei cellulari alle barriere che ci separano e ci “proteggono”dall’altro a scuola, negli uffici, nei bar e nei ristoranti, studiare danza, e ancor di più danza classica, appare senza ombra di dubbio “inutile”. 

Al di là delle svariate ragioni come il rigore, la disciplina, la concentrazione c’è il problema della costruzione. 

La danza è costruzione, il corpo del danzatore, classico soprattutto, va letteralmente costruito… cosa c’è di più anacronistico oggi di costruire? 

Costruire è aspettare, costruire è avere cura, costruire è avere una selvaggia pazienza, costruire è sapere dove vuoi arrivare, costruire è sporcarsi le mani, costruire è dare tempo, costruire è aggiungere ogni giorno un pezzettino, costruire, a volte, è togliere un pezzettino. 

Costruire, ovvero danzare, è toccare, è collaborare, è creare comunità e reti fatte di tensioni affettive. 

Danzare, come costruire, è un lavoro, è una fatica, è un amore. 

Danzare è costruire una strada fatta del fuoco e della passione di cui si riempiono gli occhi del danzatore durante un allongè e delle goccioline di sudore dopo i primi due esercizi alla sbarra. 

Danzare è percorrere una strada che ti chiede ogni giorno, dopo ogni lezione, dopo ogni esercizio costantemente di automigliorarti, di guardarti allo specchio, di attraversarti con lo sguardo dell’anima, di chiederti ogni volta se puoi fare meglio, se puoi amarti e amare di più. 

Danzare è disegnare quella strada dove ti abitui al valore della sconfitta e che ti  educa a ricominciare sempre. Ricominciare, ogni giorno, da capo. Ripartire da te stesso, dal tuo corpo per poterne fare ogni giorno sempre uno strumento migliore e più “utile” per comunicare qualcosa agli altri. La strada della danza è un viaggio dove non servono card speciali per partecipare, serve banalmente la necessità di essere ed esserci. Esserci come presenza, in carne ed ossa e non come immagini di sé attraverso uno schermo. 

Serve avere l’urgenza di condividere respiri e sospiri, serve avvertire la necessità di  urlare qualcosa col  corpo e serve che qualcuno abbia bisogno di  ascoltare quell’ urlo. 

Le scuole di danza rimarranno per sempre chiuse e le poltrone dei teatri vuote finché non si ristabilirà questo antico scambio d’amore tra chi fa e chi riceve, quella simpatia cinetica che non è aria, non è un’idea ma è una pratica, si tocca, è un fatto.   

Si può toccare in sala tra l’insegnante e l’allievo, l’allievo e i suoi compagni, ed in palcoscenico tra il danzatore e lo spettatore. 

tornare a danzare ci sarebbe molta meno paura degli altri, e si potrebbe vedere molto più chiaro cosa ci unisce tutti: l’amore, la fraternità, la risata del corpo. 

La nostra paura è paura di metterci in gioco, di rischiare, di ascoltare, di abbracciare prima un’idea ora addirittura una persona. 

Il covid passerà, l’incapacità di amare se stessi, il proprio corpo, quello degli altri, no. 

Liberiamo i nostri giovani dalla paura di amare ed insegnamogli che l’amore che dai è sempre uguale a quello che ricevi. Magari non subito, magari non lo riconosci, magari è vestito di un’altra forma, ma ritorna. 

Confondere il mestiere dell’insegnante di danza con quello dell’allenatore di corpi è una delle aberrazioni del nostro tempo. Togliamo le sbarre dalle case e riportiamole in sala. Coltiviamo attraverso la mancanza il desiderio di ritornare a  scuola di danza. Proviamo a far reinnamorare gli allievi della danza. Questo è il vaccino. 

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