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NEW DANCE GROUP – Dance is a Weapon

by Simona Chiusolo

La distanza che separa l’arte dall’attivismo è spesso frutto di scelta artistica, a volte di prospettiva, nella misura in cui si consideri il processo creativo un’interruzione dalla secca logica produrre-consumare. Ci sono poi dei momenti storici in cui la spinta politica all’interno dell’arte diviene più evidente, permeandosi delle esigenze del tempo per esserne anche una risposta diretta.

Un caso in questa direzione è il New Dance Group, fondato a New York nel 1932 da sette donne immigrate di seconda generazione, formatesi presso la Mary Wigman School diretta da Hanya Holm. Miriam Blecher, Fanya Geltman, Edith Langbert, Edna Ocko, Rebecca Rosenberg, Pauline Schrifman e Grace Wylie, le fondatrici, organizzano il New Dance Group per unirsi alla manifestazione dovuta all’arrivo a New York del corpo di Harry Simms, membro del Partito Comunista americano ucciso da un ufficiale di polizia durante lo sciopero dei minatori nel Kentucky. Sarà l’inizio di una storia che creerà e modificherà la danza statunitense fino agli anni sessanta e oltre.

Il clima è quello di un’America logorata dalla depressione economica, dalla disoccupazione crescente soprattutto nella classe operaia e dalla discriminazione generalizzata. La violenza del tempo vede il mondo dell’arte farsi coartefice di quella rivoluzione sociale auspicata e necessaria, anche affiliandosi più o meno apertamente alle linee del Partito Comunista.

Per la danza molti studenti indignati dall’indifferenza dei loro maestri e ancor più da quella governativa si organizzeranno per creare una rottura dell’ordine prestabilito, pensando e creando un modello coreutico per tutti: al di fuori del simbolismo, e del mistico; drammaturgicamente intellegibile e meno opaco, e soprattutto costruito su tematiche che socialmente abbraccino coloro normalmente emarginati.

Così nel 1932 nell’anno della sua formazione il New Dance Group proclamerà il suo manifesto: la danza è arma – Dance is a Weapon – necessaria per i diritti della classe operaia. E in una guerra contro l’élite la danza ne diviene anche l’arma principale, permettendo il suo non essere verbale di superare le barriere linguistiche che dividono il vasto mondo operaio, per lo più composto da immigrati.

Nel Borzoi Book of Modern Dance Margaret Lloyd definisce la nuova formazione artistica come il primo tentativo di rottura contro la Modern Dance, nato per raggiungere le persone con una danza che le riguardi, prendendo in prestito situazioni della vita quotidiana nella sua ordinarietà o nelle sue difficoltà, concrete, individuali e collettive.

ARTE O PROPAGANDA?

La prima apparizione coreutica del New Dance Group avviene il 26 Marzo del 1933 con le performance Strike, Uprising, Hunger, War Trilogy  composte ed interpretate, come la Ocko ricorda supportando la lotta, la coscienza di classe e proletaria perché “la rivolta era nelle nostre ossa”[1].

Strike, come la Dudley sottolinea, si snoda sull’interazione di tre gruppi: manifestanti, soldati e  lavoratori, interpretati da danzatori professionisti ed operai. La performance si apre con gli operai che riproducono ritmicamente i movimenti del loro lavoro quotidiano, gesti composti dai singoli interpreti attraverso la ricerca dell’espressività all’interno delle loro abituali mansioni come per esempio martellare. La narrazione continua con l’arrivo dei soldati e del corteo. I manifestanti iniziano lo sciopero, la milizia attacca sparando. La performance si chiude su di una scena di protesta dove alla morte di alcuni dimostranti i lavoratori, unitisi a quest’ultimi, riusciranno a contrastare le forze di polizia.

Il lavoro della Dudley rappresenta a grandi linee la metodologia e le tematiche suggerite dal New Dance Group per la creazione, un metodo costruito per attirare l’attenzione di non professionisti, comunicare la necessità della rivolta atta al cambiamento politico.

Lo schema costitutivo delle prime composizioni del gruppo sarà individuato dal critico John Martin del New York Times come un vero e proprio modello di propaganda, in cui le danze, esasperatamente descrittive, mancano di spessore coreografico. Il critico nel riassumere le scene più frequenti così procede: “tra le sei o dieci giovani donne, vestite di lunghi abiti neri, sparse indistintamente sul palco si muovono al ritmo di una musica monotona in atteggiamento miserabile e di disperazione a ricordare allo spettatore la situazione oppressa del proletariato”[2].

Sorvolando la vena sarcastica assunta dal Martin, i primi anni di vita del New Dance Group saranno volti più alla creazione di manifesti che di opere d’arte, quindi più alla rottura con il mondo estetico artistico dominante che ad una sua riformulazione.

Il critico parla di propaganda anche a buon ragione, il gruppo infatti seppur non apertamente iscritto al Partito Comunista, ne diffonderà gli ideali in maniera neanche troppo velata, supportando la retorica del modello sovietico come unica alternativa vincente al mostro Capitalista, e approvando lo slogan: buona arte è  buona propaganda -“bad art is bad propaganda, and good art is good propaganda”[3].

LA SCUOLA – modello comunitario

Se la propaganda del primo periodo di vita del gruppo sembrerà corrodere in qualche modo la potenzialità artistica, innegabile sarà l’impatto politico dell’apertura di un centro di formazione. La scuola concepita come luogo d’accoglienza offre classi di tecnica, improvvisazione e sensibilizzazione al marxismo, il tutto al costo di meno dieci centesimi per classe.

Così facendo la formazione diviene accessibile a chiunque ed ad un anno dalla fondazione il centro conterà circa trecento iscritti tra cui operai, casalinghe, disoccupati: una comunità per la gente comune. Ancora regola vigente sarà l’accoglienza senza discriminazione di genere, etnia o appartenenza religiosa, quale dichiarazione aperta della necessità di un agire diverso a contrastare la discriminazione e il razzismo.

Il senso d’inclusione e la necessità d’eterogeneità verranno preservati anche attraverso la scelta artistica. Infatti il retaggio della Holm delle fondatrici, verrà integrato attraverso l’insegnamento di Dalcroze, Graham, Duncan e Humphrey-Weidman così da offrire una più ampia prospettiva sulla danza moderna, e se un occhio di riguardo verrà riservato alla creazione coreografica, classi di balletto, danza folk, hindu, hawaiana e afro completeranno l’offerta.

A far da struttura la forte motivazione e il senso di collettività, più che una reale stabilità economica. Lo studio difatti cambierà posizione abbastanza frequentemente a causa delle scarse risorse e sarà quasi condannato a un debito perenne.

Avendo raggiunto l’obiettivo auspicato quale “la danza come motore di rivoluzione sociale”, i membri fondatori sentiranno vieppiù la necessità di una maggiore partecipazione dei danzatori professionisti, partecipazione che avverrà di pari passo con il cambiamento delle pratiche e creazioni artistiche, riscontrabile alla fine degli anni Trenta quando il gruppo, già di per sé multiforme, presenterà nuove creazione che ne ammorbidiranno l’aspetto propagandistico.

Il critico John Martin individua le prime tracce di questa nuova visione nella creazione attribuita a  Mirian Blecher Van der Lubbe’s Head del 1934, dedicata a Marinus Van del Lubbe, olandese ucciso per aver appiccato fuoco al palazzo del Reichstag tedesco nel 1933. Secondo il New York Times,  costruita su di una tematica consona alle posizioni del gruppo, la pièce attraverso l’uso della poesia di Alfred Hayes consente l’ingresso al simbolico e delega al testo l’usuale descrittivismo delle composizioni, esplorando la danza che per la danza.

DALLA PROPAGANDA AL WE THE PEOPLE

L’anelito ad una rivoluzione sociale collettiva all’insegna del Comunismo andrà affievolendosi soprattutto agli inizi degli anni Quaranta, laddove alla depressione si sostituirà il boom economico degli anni del dopoguerra. Di pari passo il New Dance Group dissolverà la rigidezza compositiva lasciando che l’aspetto artistico s’insinui sempre più. L’umanesimo, se così lo si può definire, prenderà il posto del politico. L’apertura a qualsiasi etnia, religione, appartenenza resterà sempre il centro del gruppo e della formazione, la ricerca del professionalismo accanto all’amateur costituirà una nota aggiuntiva.

Lo studio prenderà lo statuto di Organizzazione non Governativa a partire dal 1944 con la Dalman come direttore esecutivo e la Dudley come presidente, presentando quasi un nuovo manifesto in cui le finalità principali verranno definite: “incoraggiare l’arte coreutica e in particolare la Modern Dance; occuparsi del mantenimento e dall’operatività della scuola al fine di educare alla danza moderna e altre forme, agevolare l’apprezzamento e una maggiore comprensione del significato e valore culturale dell’arte della danza”[4].

Così accanto alle lezioni amatoriali si affiancano le classi per professionisti, si garantiscono borse di studio e organizzano corsi per bambini. Attraverso alcune testimonianze degli studenti dell’epoca si evince il senso di comunità che caratterizza il gruppo, spesso considerato proprio un mondo a sé stante dove oltre alla formazione in danza si educava alla collettività. La danzatrice, insegnante e coreografa Muriel Manings, tra gli allievi del New Dance Group ricorda con entusiasmo “l’atmosfera di supporto e inclusività nell’approciarsi a qualsiasi forma di danza”[5] e il valore della visione filosofica-umanistica condivisa e trasmessa dal gruppo come nutrimento non solo artistico ma anche civico.

Dal gruppo emergono due compagnie: la giovanile, grazie alla quale gli studenti muovono i primi passi sulla scena, e quella professionale. La rete di supporto e di partners si allarga e le nuove produzioni saranno ricordate ed acclamate dalla critica, tra i tanti Martin del New York Times commentando le performance del trio Dudley-Maslow-Bales dice: “se questo è quel che bisogna aspettarsi dalla prossima generazione dei creativi d’America, la danza non ha nulla da temere: i danzatori hanno scoperto l’America”[6].

ULTIMI ATTI DI RESISTENZA

Il fervore creativo e la rinnovata veste permetteranno al gruppo di acquistare un edificio al numero 254 della 47esima strada, grazie ai soldi ricavati vendendo i mattoni dello stesso per una somma tra uno e cento dollari, e nel 1965 la scuola sarà in grado di sostenere circa 1800 classi la settimana. Nonostante i numeri, le difficoltà economiche con cui confrontarsi non saranno semplici e il gruppo si vede costretto a lasciare ai singoli insegnanti e danzatori la responsabilità delle lezioni, così che il cuore filosofico del New Dance Group va pian piano scomparendo, allontanandosi dal collettivismo. A complicare la situazione, l’incendio del ristorante al pian terreno dell’edificio che li costringe a cambiare nuovamente studio,  le prove e le lezioni saranno ridotte fino alla definitiva chiusura nel 2009.

L’ultima apparizione del New Dance Group sarà una performance retrospettiva presentata nel Luglio del 1993, attraverso la quale il pubblico ha ripercorso il vissuto e l’impegno dei danzatori, insegnanti e coreografi del collettivo.

Performance da cui ancora una volta è emersa l’innegabile potenza di questo eterogeneo e stravagante collettivo che nell’arco di quasi quarant’anni ha modellato non sono la sensibilità di un’epoca, di cui era figlia, ma anche le modalità di produzione e diffusione dell’arte; creando una nuova definizione di danza, danzatore e spettatore nel rispetto dello sviluppo del singolo nel sentire comune. Molti rappresentanti della  successiva generazione di danzatori e coreografi della Modern parteciperanno alle attività o classi promosse dal gruppo – basti ricordare tra i tanti Jerome Robbins, Alvin Ailey e José Limon – o ne saranno indirettamente influenzati come Martha Graham.

Il New Dance Group in breve: atti di organizzazione, partecipazione e resistenza collettivi. Esempio da ricordare e da cui, nel migliore degli aspetti, lasciarsi ispirare.

BIBLIOGRAFIA

[1]       Rebecca Rosenberg, ‘‘Oral history with Rebecca Rosenberg,’’ intervista di Victoria Phillips Geduld,

15 March 2007, New York City

[2]       Martin, John. 1934.  The Dance: Prize Winner; ‘Van Der Lubbe’s Head’ and the Workers Dance League Competition. The New York Times 1 Luglio

[3]     Workers Dance League Bulletin: Festival Issue Souvenir Program (June 1934), New York Public Library for the PerformingArts–Dance Division, New York.

[4]       Kirpich, Billie. 2001. NDG: The Middle Years 1846-1966: Trend Setter in the Twentieth Century. In The New Dance Group: Movement for Change, ed. Bernice Rosen. Choreography and Dance, Vol 5, Part 4: 39-57

[5]       Manings, Muriel. 1993. Introductory letter. Program for The New Dance Group Gala Historical Concert.

[6]       Martin, John. 1942.  The Dance: Americana: Stability of the Art as Evidenced by Sophie Maslow’s ‘Folksay.’ The New York Times December 6

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