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Minimalismo coreografico nel rito cristiano

by Simona Chiusolo

Un respiro a intervallare il ritmo ordinario e produttivo quotidiano: la festa. Questa, almeno, è l’accezione che abbiamo oggi del termine, decisamente lontana da quei momenti di eccesso e caos collettivi che vedevano, un tempo, i contadini riunirsi per celebrare i cicli stagionali,  i periodi delle semine o della vendemmia. Un rituale collettivo e talvolta dionisiaco a creare e trasmettere un’identità comunitaria.

Il ballo è lì, come parte essenziale del rito, nella condivisione di ritmi, nella creazione di un’atmosfera di reciproco supporto, in semplici movimenti ripetitivi su schemi circolari, dei mandala, a evocare l’universalità dell’esperienza umana nel tempo e nello spazio. Allineando il singolo alla dimensione collettiva e poi universale.

La danza è lì anche a esprimere quella necessità di interazione con l’incognito,  mentre il corpo in movimento, luogo di congiunzione tra il magico e il tangibile, si apre attraverso lo sfinimento fisico a stati alterati di coscienza, offrendosi al soprannaturale per manifestarsi.

Se, generalizzando, è possibile riscontrare questa centralità del corpo danzante nel rito in maniera quasi universale, la percezione dello stesso, però, varia visibilmente a seconda del macrosistema di valori filosofici e religiosi in cui ci si ritrovi: Krishna crea il mondo attraverso la danza, il suolo nelle danze africane è investito di valori magici e il corpo nel tarantismo è oggetto di possessione, solo per citare alcuni esempi che ribadiscono la potenzialità del corpo e il suo essere oggetto di potere. Non è un caso, infatti, che proprio le danze siano state negate durante certi periodi di colonizzazione ed egemonia culturale.

Quale il corso o il decorso della percezione del corpo nel mondo cristiano? Quale ancora lo spazio ad esso riservato all’interno del rituale liturgico?

Facendo un passo indietro, ritroviamo la danza nel mondo ebraico quale manifestazione di gioia, legittimata all’interno della liturgia come a ricordare che nulla nell’umano è esente dalla grazie divina, quindi neanche il corpo. L’accettazione del fenomeno trova una prima battuta d’arresto nell’incontro tra la cultura ebraica e quella greca, durante il quale le danze sacre saranno sempre più circoscritte al fine di separarle dai riti ellenico pagani. Poi la diaspora, evento che, scandendo l’inizio del lutto ebraico, determina l’uscita della danza dalla liturgia.

Questo il panorama nel quale si sviluppa il cristianesimo, che alle danze nelle Scritture predilige i canti, lasciando spazio al corpo solo nella corte pagana di re Erode, dove la danza di Salomé è trama verso la decapitazione di Giovanni Battista. Altro, invece, è l’uso che della danza si farà nel Medioevo, nelle processioni o ancora all’interno della liturgia, nella rappresentazione dei Misteri.

L’associazione con forme di ritualità pagana o popolare supporta, però, una visione alquanto problematica della danza da parte del cristianesimo, coadiuvata dalla dicotomia cartesiana  dove il corpo, inteso come luogo di sensualità, poco si addice all’incontro con Dio che avvenga attraverso la ragione, il logos.

Ad essere messa al bando, dunque, è l’euforia, ossia quell’attenzione totalizzante richiesta dalla danza che distrae il fedele dalla relazione pacata con il divino e le ridona valore solo in un mondo altro, dove i beati danzano in coro perché ormai salvi dalla perdizione terrena.

In quest’ottica, il movimento diviene sempre più minimale, contenuto, quindi raccolto nell’atto e nel gesto della preghiera. A sopravvivere, nel rito liturgico, è quello che potremmo definire l’aspetto performativo o coreografico, costruito su di una struttura riconoscibile, ripetitiva e partecipata. Un copione collettivo consumato tra l’atto dell’inginocchiarsi, segni di croce, l’offerta del corpo e del sangue di Cristo resa attraverso una gestualità codificata e immediatamente riconosciuta da chiunque ne abbia fatto esperienza almeno una volta, fino allo scambio di un segno di pace. Attraverso un percorso quasi paradossale,  la liturgia cristiana  ritrova nel gesto e nella presenza del corpo il significato stesso della danza, inducendo diversi studi ad accostare il rito liturgico all’atto performativo in un’ottica post-drammatica, figlia del teatro-danza espressionista tedesco per cui ogni gesto o movimento, di fatto, è danza.

Tale riflessione offre, in qualche modo, un’ulteriore chiave di lettura della liturgia in termini di variazione continua della percezione del corpo, struttura coreografico – compositiva, esperienza collettiva sopravvissuta nella  contemporaneità dove ancora è possibile leggere, come Carlo Levi ricorda, “l’incertezza dell’esistenza pericolante”, e il tentativo rituale “di accertarla, di immetterla in un tempo, di riconoscere sotto la maschera difensiva, sotto l’armatura simbolica, o sotto il peso della croce, e le spine, la propria identità”.

 

 

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