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Intervista a Maria Enrica Palmieri, direttrice dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma, coreografa e docente

by Silvia Autorino

La nostra Nazione è culla di un patrimonio etnico musicale e coreutico ricco di valori e di tradizioni legate a festività di vario genere. Ma che rapporto è rimasto tra la festa e la danza? In che forma le danze tradizionali vengono rappresentate in scena e nelle comunità attuali?

Lo abbiamo chiesto a Maria Enrica Palmieri, direttrice dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma, coreografa e docente di Antropologia della danza.

Molte danze che fanno parte del nostro patrimonio tradizionale sono legate a festività di vario genere. Ma quante di esse vivono all’interno del repertorio coreutico?

«Poche. Qualcosa, in forma  rivista e corretta, vive in alcuni titoli classici, ma sempre ad uso e consumo della drammaturgia del balletto. In tali casi le danze fungono quasi da cornice, perdendo il loro valore e il significato originario. La maggior parte di esse, invece, rimane legata alla tradizione del luogo e raramente rientra in spettacoli ripresi in teatro. Se ci riferiamo a un tipo di danza più legata al patrimonio folkloristico, va osservato come tutto ciò che risultasse vicino alla tradizione e all’etnia sia stato modificato per confezionare un prodotto a uso turistico. Molte danze tradizionali vengono rappresentate sul palcoscenico quasi fossero degli spot promozionali per il territorio».

Per quanto riguarda alcune festività, l’attenzione dedicata alla danza è scemata nel tempo…

«In creolo capoverdiano esiste la parole “tabanka” che riassume tutto ciò che serva per fare una festa: il villaggio, il rito, il ritmo. E la danza, ovviamente, che, dunque, non è scissa dalla festa, ma ne è parte integrante, come aspetto di una fisicità performativa appagata dalla volontà di voler stare insieme, dal cibo, dalla musica, dal movimento. Scindere il concetto di festa da quello di danza è operazione fuorviante.

La festa, persino con i suoi eccessi, offre una pausa dagli affanni quotidiani, dai sacrifici consueti, dagli stenti. La danza ha la funzione di celebrare questa liberazione, anche attraverso la proposizione reiterata del gesto».

Le danze legate al rito del Natale sono veramente poche. Eppure alla stessa festa sono legati canti, usanze e tradizioni consolidate. Come è possibile?

«Guardando alle nostre tradizioni natalizie, ci accorgiamo che effettivamente non hanno molti legami con la danza, mentre sicuramente c’è un uso ampio delle musiche. In Calabria, per esempio, è diffuso un sistema di questua, nel periodo che precede il Natale,  con la musica di “strina”: si suona davanti alle case ed è tradizione che il padrone di casa ospiti i musicisti, offrendo loro vino e dolci prima che essi riprendano a pellegrinare e a suonare per le strade.

Essendo la danza legata al corpo, collocandosi essa – cioè – in una sorta di “spazio cosmico”, probabilmente non risulta assimilabile alla spiritualità natalizia. Tutt’al più il movimento, in questo atteggiamento rituale, viene espresso dall’azione del camminare, dell’incedere e non attraverso il danzare, inteso come movimento del corpo sul ritmo. Il cristianesimo ha iconizzato la fisicità mediante l’arte pittorica e la scultura, ma non mediante il corpo in movimento. Nella cultura cristiana, l’arte rappresenta iconograficamente scene di martirio, per esempio, oppure il paradiso e l’inferno, o ancora i santi; ma sempre in maniera statica. L’unica forma di movimento collegabile al periodo natalizio viene dal presepe vivente. In esso non sono previste azioni propriamente danzate, però; si tratta, piuttosto, della messa in scena di un “paesaggio” che rappresenti la quotidianità, con al centro il simbolo sacro della natività».

Tra i racconti legati al Natale, sicuramente quello coreuticamente più significativo è Lo schiaccianoci di Cajkovskij. Verrebbe da pensare che la danza non trovi necessario portare in scena dei contenuti legati specificamente al Natale…

«Il racconto dello Schiaccianoci è una sorta di favola nel corso della quale i personaggi si animano; ma non rappresenta la festività. È solo convenzionalmente legata al periodo natalizio, non ne svela di certo i misteri.

Rispetto alla spiritualità del Natale, la danza vive una contraddizione di fondo, un’ambiguità. Pensiamo alla pratica musicale, cioè: in origine, nelle chiese, era ammessa la sola voce; successivamente sono stati introdotti gli strumenti musicali; lo strumento musicale, come la danza, nella visione cristiana era appunto associato alla figura del diavolo, in quanto “artificio” che seduce. La danza è essa stessa un’arte di seduzione, è un’arte totalmente fisica, si esprime talvolta in maniera selvaggia, assimilabile al caos. In Occidente non è praticata nel quotidiano, ma è connessa al momento della festa o comunque a un evento speciale in cui ci si possa, per così dire, lasciare andare. Si abbandonano gli abiti consueti per assumerne altri, è un momento di mimesi: tant’è vero che la danza è più legata, ad esempio, al Carnevale, che ha una funzione diversa per la collettività.

In ambito popolare, ormai in rari nuclei sociali che mantengono in vita ritualità arcaiche, troviamo celebrazioni e feste religiose che prevedono momenti di danza: pensiamo ad esempio, al fatto che, in occasione del matrimonio, si eseguano il cosiddetto laccio d’amore o la danza del palo, in cui compaiono riferimenti simbolici all’accoppiamento.

La danza interrompe l’omogeneità del quotidiano, ed è questa  la sua funzione. Il movimento, nello studio della danza, si genera quando un corpo è in disequilibrio, ossia quando si perde l’equilibrio primario per dare origine a un movimento. Il disequilibrio, e di conseguenza la danza, possono far paura perché contravvengono a delle regole che implicano, invece, quella staticità che è impalcatura stessa della religione, ambito in cui  le dinamiche privilegiate sono quelle interiori, non esteriori».

 

 

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