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E coloro che furono visti danzare…

by Chiara Concilio

«E coloro che furono visti danzare, vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica», scrive Nietzsche non a proposito della fede nel senso religioso, ma per scagliarsi in generale contro i cinici, gli aridi, coloro che in senso lato “non credono”. Il 2020 ha messo alla prova proprio tutti e “sentire la musica”, in quest’anno particolare, ci risulta faticoso, per certi versi addirittura inutile. Per il bene di tutti, siamo stati costretti alla solitudine, e purtroppo  non è cosa da poco. Certo, per la salvaguardia della salute può sembrare una richiesta semplice. Non ci hanno chiesto di sacrificare niente, giusto? Tranne ciò che più amiamo, lo stare insieme, in greco συνουσία (sunousia). Dalla stessa radice “sun” che vuol dire “con” proviene un aggettivo, σύνουρος (sunouros) che, tradotto, rimanda al concetto di ballare insieme. In breve, ci hanno tolto la musica, l’hanno spenta e abbiamo dovuto fare i conti con il silenzio dentro di noi. Ci hanno chiesto di chiuderci in casa con il nostro nemico principale, noi stessi. Hanno chiesto ad una generazione nata e cresciuta nella frenesia di un mondo tecnologicamente avanzato, abituata a vivere la propria vita quotidiana a 200km/h ed esperta nello sfruttare ogni secondo del tempo, di fermarsi bruscamente! Di sottomettersi alle leggi del tempo. E cos’abbiamo trovato dentro di noi? All’inizio, un avvilimento per la rinuncia aegli obiettivi e ai progetti di ciascuno; poi, un grande coraggio che ci ha portati a scoprire una musica nuova che non credevamo di poter possedere. Ora che si avvicina il Natale, la situazione vorremmo fosse diversa, e non lo è. Ma proprio ora che abbiamo il tempo di pensarci su, soffermamioci sul perché questo giorno sia davvero speciale per noi.

 

Il Natale è la più conosciuta tra le festività, e anche quella che, al pari di molte altre cose, oggigiorno ha perso il proprio significato originario e, quindi, il proprio valore. Ma da dove scaturisce questa perdita di significato? Come si restaura?

Vorrei partire da un’idea molto semplice alla quale siamo tutti affezionati: Babbo Natale. Questa figura vestita di rosso, con barba bianca e pancione, non è così lontana dalla religione come possa sembrare ma, allo stesso tempo, inevitabilmente lo è. Perché? Perché ci abitua fin da piccoli ad accettare l’esistenza di qualcuno che non si veda e di cui, quindi, non è possibile verificare l’esistenza. Eppure, ancora oggi ci sfugge il motivo per cui i nostri genitori ci abbiano nascosto la semplice, cruda verità: che è tutto finto, che Babbo Natale, in verità, non esiste. La nostra delusione il giorno in cui noi tutti, da bambini, lo scoprimmo? Inesprimibile, incolmabile. Eppure ancora ci vergogniamo al pensiero di essere cascati in quell’incantesimo, in quella bellissima storia e di avervi creduto così, senza riserve. In molti film, questo “credere incondizionato” nella magia del Natale è stato associato talvolta ad un campanello di una renna, oppure, in generale, a una musica che raggiungesse tutti, eccetto coloro incapaci di credere. Questo tema ricorre frequentemente nella religione cristiana ed è proprio nel periodo di Natale che la musica svolge un ruolo importantissimo per avvicinare i fedeli. Il celebre Adeste fideles (Venite, fedeli) del compositore napoletano Sant’Alfonso de’ Liguori è un esempio in questo senso. Perché la musica è il richiamo alla fede, alla speranza, un grido capace di scalfire persino i più duri. In questo periodo, quindi, essa diventa uno strumento in grado di rievocare la sensazione d’incredulità di fronte ad una sorpresa, dinanzi alla nascita di Gesù, ma soprattutto rappresenta per tutti un’opportunità per tornare, anche se per solo una notte, ad essere bambini.

Non importa che crediate o meno, che il Natale vi piaccia o meno, il Weihnachtsoratorium (Oratorio di Natale) di Bach e il Messiah di Händel vi travolgeranno. L’arte nasce da un’esigenza simile a quella della musica, e cioè dal bisogno di avvicinare le persone ad un’idea, a un concetto, e quindi anche alla religione. Vedendo rappresentata la natività, lo spettatore non sente più di pregare per una figura idealizzata e forse anche inesistente; vede, invece, la nascita di Gesù nella sua disarmante semplicità. Si identifica in quel bambino, e improvvisamente credere non sembra più così impossibile.

Tra gli esempi più celebri di natività ricordiamo quella di Caravaggio, datata 1600, conservata nell’oratorio di San Lorenzo a Palermo fino al 1969, anno in cui fu rubata in circostanze sospette.

Dello stesso autore, nel 2017 fu esposta al Madre di Napoli, nel periodo di Natale, quest’altra versione della natività, ugualmente bella e commovente:

 

Come nella rappresentazione precedente, qui si assiste ad una scena intima, ottenuta grazie all’uso di toni caldi e alla gestione accorta dello spazio. Infatti, Caravaggio non ha voluto raffigurare la scena dall’esterno della grotta ma ha scelto una prospettiva ravvicinata che catapultasse lo spettatore nel quadro, permettendogli di percepirne il calore, la gioia e l’atmosfera ospitale. La verisimiglianza e la semplicità di questo momento fanno sì che tutti possano sentire di appartenervi e riescano, quindi, ad avvicinarsi alla fede. Il Natale è un richiamo a non tapparsi le orecchie, ad ascoltare, a ricercare un’armonia dentro di noi. Nessuno è davvero solo finché provi a sentire la musica. I nostri auguri vanno a tutti coloro che, nonostante tutto, non hanno ancora smesso di provarci. Buon Natale.

 

 

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