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Uno sguardo allo stato della danza in Puglia

by Redazione

Lo “stato” della danza è un tema che mi affascina e che spesso fa da a titolo a ricerche, articoli o convegni. Mi chiedo dunque, proprio in questo momento, cosa sia lo stato della danza: stato come sinonimo di situazione del qui ed ora o come la condizione della danza in quanto arte storica nel tempo e nello spazio? E qui ahimè non posso che non citare un coreografo e maestro a me caro, Merce Cunningham, che diceva, come leggo in Germano Celant: «la danza è il movimento nel tempo e nello spazio».
Lungi da me parlare in questa sede dello “stato storico” della danza, sicuramente mi preme fare una riflessione sul momento che stiamo vivendo.
In Italia con l’inizio dell’emergenza Covid l’arte, e utilizzo il termine per abbracciare tutte le forme ad essa annesse, è stata la prima, fra i settori produttivi, ad essere colpita.
Vogliamo chiederci il motivo? Credo che non basterebbe la mia semplice opinione da operatrice del settore coreutico, perché mi mancherebbero le competenze storico-politiche per delineare le caratteristiche principali di questo buio che aleggia, ormai da anni, su tutto il settore artistico.
Non molto tempo fa, ho letto, in rete, un articolo dedicato allo stato dell’arte in Italia. Mi ha particolarmente colpito il passaggio in cui lo scrittore esorta il lettore a prendere coscienza che l’arte non appartiene solo al passato e che un giorno l’arte a noi contemporanea diventerà storia, mentre, e cito qui le sue parole: «i Renzi, i Berlusconiani e i Gentiloni, saranno dimenticati». Quindi sta a noi far crescere gli artisti di oggi perché saranno loro a produrre le opere migliori.
Ma torniamo ora allo stato della danza: grande buio, tristezza e soprattutto confusione dettata dall’emergenza sanitaria. Non mi sono ancora chiare le questioni relative alla distanza, al non contatto, alla danza come pericolosa. Certo è che ci troviamo a vivere una situazione gravissima e siamo purtroppo inermi di fronte ad un vuoto “infinto” di stampo leopardiano… ma a Leopardi quell’oltre la siepe sembrava inneggiare ad una sorta di speranza positiva; oggi mi viene difficile pensare con positività perché non conosco, o meglio, non voglio conoscere, pensare e inventare ad una modalità nuova di fare danza, che non sia il semplice ritorno in sala e la condivisione di corpi e menti.
Tuttavia consto con piacere che da quando i riflettori si sono spenti, gli artisti di ogni dove e “di ogni arte” hanno cominciato a pensare che l’unione sarebbe stata la loro nuova forza.
Riporto subito un esempio e conduco il lettore al cuore della mia riflessione.
In Puglia, con mio grande stupore, ho scoperto, da quando sono rientrata, un numero cospicuo di danzatori, coreografi, attori, musicisti, associazioni culturali, realtà formative piccole e grandi, attive sul territorio e che spesso collaborano per realizzare progetti, spettacoli e performance di vario tipo.
Vorrei smontare tuttavia l’entusiasmo che scaturisce da queste mie parole, perché sono convinta che tutti siano a conoscenza delle difficoltà che si incontrano, soprattutto al Sud, in questo settore: pochi soldi, tante persone, poca condivisione, molto individualismo, poche sinergie.
A Barletta, la mia città d’origine, ci sono artisti e professionisti del settore che con grande fatica cercano di continuare il proprio lavoro con compensi assolutamente inadeguati.
A seguito delle chiusure subentrate con l’emergenza epidemiologica, molti fra questi, comprese scuole di danza e associazioni culturali, si sono riuniti in un’Associazione di categoria per scrivere a loro tutela uno statuto e riconoscersi in uno “stato”, che è lo stato della loro arte. Mi sembra che questa sia un’azione intelligente, più che mai necessaria ora, per unire le forze, cercare una linea comune, lavorare e produrre.
Allora incuriosita dalla passione che anima gli artisti pugliesi ho voluto dare uno sguardo proprio allo stato della danza in Puglia.
In questi anni ho conosciuto e collaborato, talvolta, con alcune realtà coreutiche, che ho apprezzato, e continuo a farlo, per lo spirito con il quale operano sul territorio, attraverso azioni che mirano ad educare il pubblico per avvicinarlo alla dimensione della danza.
Cito, per esempio, Ezio Schiavulli, danzatore e coreografo barese, emigrato all’estero ma sempre attivo sul territorio locale. Ezio organizza da anni un network pedagogico dedicato ad insegnati, allievi delle scuole private e danzatori professionisti, con l’obbiettivo di portare in Puglia artisti di fama internazionale ed offrire un percorso di aggiornamento e formazione, corredato da incontri teorici, progetti, conversazioni e spettacoli. Ezio porta con sé tutta la sua esperienza europea e nel momento in cui ospita, nel grazioso teatro comunale di Bitonto, le creazioni più nordiche della danza contemporanea, a fine spettacolo non chiude il sipario: siede in proscenio e dialoga con l’artista e con il pubblico.
Interessante è il lavoro di Simona De Tullio, attiva nel capoluogo pugliese con il suo piccolo centro di formazione e con la sua compagnia. Simona organizza da anni un premio coreografico dedicato agli allievi delle scuole di danza, invitando membri di giura internazionali e realizzando, con qualità e professionalità, un format di stampo americano. Inoltre propone periodicamente residenze coreografiche, performance site specific, festival e rassegne dedicate ai danzatori e ai coreografi free lance pugliesi. Simona opera nella sua città perché crede nelle potenzialità artistiche del luogo in cui vive e ritiene che sia necessario fare rete fra gli artisti locali.
Dal tocco europeo è il lavoro di Roberta Ferrara. Coreografa, danzatrice e docente free lance, con sede in Puglia ma attiva in tutta Europa, Roberta Ferrara da anni crea corsi di formazione per professionisti, seleziona giovani danzatori per la sua compagnia, viaggia e partecipa a Festival internazionali. A settembre di questo anno ha proposto una serie di open class giornaliere con maestri ospiti italiani e stranieri. Un’operazione, questa, davvero ardua realizzata in alcuni spazi storici della città di Bari e che ha riscosso grande successo.
Continuo il mio elenco citando alcune care conoscenti come Claudia Gesmundo, Alessandra Gaeta e Vera Sticchi, giovani danzatrici e coreografe che da anni gestiscono, in piccolissime realtà del territorio, centri urbani riqualificati, che oggi sono sede di residenze, spettacoli, concerti e laboratori di formazione.
Ma spostiamoci un po’ più al Sud e andiamo nel mio amato Salento.
Anche qui sono rimasta colpita, oltre che rapita, dalla magia artistica che dipana grazie alla presenza di musicisti, attori, danzatori e scuole di danza. Ho conosciuto, nei posti più impensabili, personaggi di grande talento, che hanno viaggiato e continuano a farlo, ma che sentono forte l’esigenza di tornare, di stare nella propria terra per esprimersi, rigenerarsi e collaborare.

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Il Salento è una terra tanto bella quanto amara, fortemente ancorata al suo passato quasi cristallizzato, in cui c’è spazio solo per la travolgente pizzica, danzata secondo gli antichi costumi e talvolta gettata nei contesti più turistici, solo come fonte di attrazione. Eppure qui si percepisce l’esistenza di un potenziale inesplorato.
Barbara Toma è una danzatrice e coreografa, formatasi in Olanda, che insegna Floor Work, in diverse strutture di Lecce, ad attori, professionisti e dilettanti appassionati. Quando ho frequentato una sua lezione mi è sembrato di ritrovarmi a Parigi, a Studio Harmonic, dove ho incontrato gente di ogni tipo ed età prendere una qualsiasi lezione di danza.
A Lecce, ormai da anni, vi è anche un appuntamento di altissima qualità: un campus di formazione coreutica per professionisti, insegnanti e giovani allievi, organizzato da Giorgia Maddamma. Danzatrice, coreografa e docente di fama internazionale, Giorgia riesce a traghettare nelle calde estati salentine i maestri della Folkwang Universität der Künste di Essen.
Il campus, la cui durata varia da una o due settimane, porta con sé la tradizione del teatro danza di stampo bausciano e travolge i partecipanti in una full immersion di tecniche e stili che confluiscono nello spettacolo finale, di solito presentato in diverse locations storiche della città.
Molte altre sarebbero le realtà coreutiche da menzionare ma a questo punto vorrei fare una riflessione.
Posso sicuramente affermare che in Puglia lo stato della danza sia attivo e variegato, però a mio parere, credo che ci sia una dispersione di intenti che si traduce nella mancanza di una linea comune.
Sottolineo, tuttavia, che questa opinione si basa sulla mia personale esperienza all’interno di alcune fra le realtà citate.
Ho riflettuto su questo punto: se ci sono così tante personalità e associazioni che lavarono con professionalità, forse è giunto il momento che si riuniscano per delineare una logica comune e condividere opinioni, idee, progetti, pur rimanendo speciali nella propria identità.
Con questo non sto dicendo che manchino i tentativi di collaborazione, che anzi ci sono e si sono moltiplicati soprattutto durante il precedente lockdown, ma sono sporadici e non hanno una vera continuità. Bisognerebbe cominciare a parlare concretamente di una pedagogia comune, di un calendario di spettacoli, di formazione professionale differenziata per stili e tradizioni, di residenze coreografiche, festival, rassegne. Mai come oggi credo che sia necessaria l’unione, la condivisione, il dialogo e la democraticità.
Perché parlo di democraticità? Perché ritengo che in Italia ci sia troppo individualismo e che gli artisti, in generale, non amino molto collaborare, non perché siano egoisti ma perché purtroppo le risorse a disposizione servono per finanziare uno solo. Non a caso oggi si parla del “ritorno all’assolo” che tra l’altro è l’unica unica modalità di espressione possibile nel rispetto delle norme anti-Covid. La questione delle risorse economiche è un altro punto su cui ragionare, perché i fondi sono sempre pochi e la frase solita è: «soldi non ci sono» o meglio non ci sono per tutti. Questo implica che ognuno si isoli nella propria individualità. Ma forse l’argomento è delicato e necessita di un altro spazio.
Ammetto di essere un po’ sognatrice e forse anacronistica se penso all’esperienza del Judson Dance Theater dei primi anni ‘60, che ha avuto sì poca vita, ma ha dato prova che una collettività di singoli artisti può esistere e può decretare le sorti dello stato della danza.
Proprio in quegli anni, gli artisti, tra cui danzatori, coreografi, attori, pittori, e altri, hanno sentito l’esigenza di condividere gli stessi obiettivi. A quel tempo la ricerca era diretta verso un nuovo movimento, la relazione corpo-spazio, la contaminazione, la libertà creativa ed espressiva, il non luogo della danza. È nata così l’idea del collettivo e i danzatori post modern come Simone Forti, Steve Paxton, Yvonne Rainer, David Gordon, Deboray Hay, Meredith Monk, Lucinda Childs, Twila Tharp, Trisha Brown, si sono riuniti per condividere i loro percorsi, le loro idee e i loro corpi.
Chiaramente tutto questo va contestualizzato in un periodo storico che si intreccia con avvenimenti simili: le correnti collettiviste e anarchiche, la guerra in Vietnam, i movimenti contro il conformismo e consumismo, il desiderio di creare una comunità pacifista e creativa.
Il mio riferimento storico potrebbe essere contestato, visto che l’esperienza del Judson non ha avuto lunga vita e, in seguito, più o meno tutti gli artisti sopra citati hanno proseguito la carriera fondando compagnie o continuando a lavorare come free lance. È vero, ma se non fossero passati dall’esperienza comunitaria forse non avrebbero scritto la storia della danza del loro tempo, e comunque, pur continuando a lavorare singolarmente, hanno creato un filone comune.
La stessa operazione è stata messa in atto in Italia quando negli anni ’80 è arrivata, alla Fenice di Venezia, Carolyn Carlson e ha formato un gruppo di giovani danzatori italiani (Francesca Bertolli, Roberto Castello, Luisa Casiraghi, Raffaella Giordano, Giorgio Rossi, Caterina Sagna), alcuni dei quali hanno poi dato vita al collettivo Sosta Palmizi. (Ricordiamo la realizzazione del loro primo spettacolo dalla firma collettiva, “Il Cortile” del 1985, con cui inaugurano una nuova forma di teatro danza. I protagonisti furono: Michele Abbondanza, Francesca Bertolli, Roberto Castello, Roberto Cocconi, Raffaella Giordano e Giorgio Rossi).
Anche in tal caso il gruppo si è disgregato e i membri hanno continuato il proprio percorso singolarmente, ma l’esperienza del collettivo ha dato loro l’imprinting e seppur divisi hanno continuato a perseguire un’idea comune.
Dall’esperienza dei più grandi credo che ci sia sempre qualcosa da imparare. Ho volutamente citato i nomi di artisti che hanno vissuto esperienze di una certa importanza e non sto dicendo che ora sia necessario ripetere le medesime azioni: sarebbero anacronistiche rispetto ai tempi che viviamo.
Penso tuttavia che, oggi e un po’ ovunque, si adotti la politica del “tiro l’acqua al mio mulino” e che manchino la voglia, il tempo, il denaro forse, per confrontarsi sulla possibilità di definire i criteri comuni che riguardino la formazione professionale, la creazione e la produzione dello spettacolo dal vivo.
Sono sicura che in fondo ci siano movimenti del genere, soprattutto perché il Covid ha insegnato che l’uomo da solo non è nulla di fronte all’ignoto potere della natura e laddove proprio la danza ha subito un arresto, allora gli operatori del settore hanno cominciato a riunirsi per sostenersi e per dare valore al proprio lavoro. A volte però mi manca la sincerità di questi atti. Non vorrei che l’ardire comunitario dettato dal periodo che viviamo, svanisca quando l’emergenza sarà finita, speriamo il primo possibile, per ritornare a coltivare il proprio “orto”.
Quello che mi piacerebbe è che nella mia regione, tra l’altro tra le più belle di Italia, come dicono, si gettino le basi per la condivisione e la collaborazione artistica.
Chissà, forse un giorno anche io creerò la mia realtà; per ora mi accontento di essere una danzatrice free lance, di insegnare al Liceo Coreutico, che è la mia più grande missione, di coreografare quando ne ho voglia e se ne sento davvero l’esigenza e di collaborare con coloro i quali credono nella condivisione. Tuttavia, e qui concludo, mi impegnerò ad indagare sulla possibilità di concretizzare questo incontro fra “coreuti” perché penso che in Puglia ci siano le condizioni affinché nascano dei poli per la formazione, per la ricerca coreografica e per lo spettacolo dal vivo: è ora di sederci per un nuovo “tavolo verde” dove non spartiamo le sorti del mondo ma proviamo a disegnare lo stato della danza pugliese.

di Mariella Rinaldi

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